Confisca definitiva contro la “’ndrangheta emiliana”: colpito il sistema delle società cartiere
24/01/2026
Un decreto di confisca divenuto definitivo, dopo il rigetto dei ricorsi in Cassazione, chiude un procedimento di prevenzione avviato sulla base della normativa antimafia nei confronti di un imprenditore calabrese già detenuto e ritenuto legato alla cosiddetta “’ndrangheta emiliana”, nell’orbita della famiglia Grande Aracri. L’operazione, eseguita tra Polizia di Stato e Guardia di Finanza di Parma, mette al centro un meccanismo tipico dell’infiltrazione economica: la costruzione di imprese formalmente regolari, ma prive di attività reale, utilizzate come schermo per fatture fittizie e movimentazioni opache di denaro.
Misure di prevenzione: perché si può aggredire il patrimonio senza attendere il penale
Il procedimento nasce dall’applicazione del Codice antimafia (D.Lgs. 159/2011) nei confronti dei soggetti indicati come “socialmente pericolosi qualificati”, categoria che consente allo Stato di intervenire sul patrimonio quando emergono indici concreti di pericolosità e una sproporzione tra beni posseduti e redditi ufficiali. È una logica diversa dal giudizio penale: qui l’obiettivo non è accertare un reato “oltre ogni ragionevole dubbio”, ma impedire che ricchezze ritenute frutto di attività illecite continuino a alimentare circuiti criminali, rafforzando potere e capacità di condizionamento sul territorio.
Nel caso esaminato dal Tribunale di Bologna – Sezione Misure di Prevenzione – la ricostruzione economico-patrimoniale ha portato prima al sequestro e poi, a conclusione dell’iter, alla confisca: un passaggio che, per chi opera nel tessuto produttivo, vale anche come messaggio di “igiene” del mercato, perché toglie ossigeno alle imprese che competono drogando prezzi e flussi finanziari.
Il perno dell’inchiesta: cartiere, fatture inesistenti e schermi societari
Gli atti descrivono un profilo imprenditoriale orientato alla creazione e al controllo di società “cartiere”, strumenti utili a emettere fatture per operazioni inesistenti, riciclare denaro e mascherare trasferimenti. È un modello che prospera dove la complessità amministrativa diventa terreno di mimetizzazione: molte sigle, passaggi di quote, intestazioni a prestanome, rapporti bancari frammentati. Quando funziona, l’effetto non resta confinato all’evasione o alla frode: altera le filiere, condiziona appalti e forniture, rende meno sicuro l’ambiente economico per chi rispetta le regole.
La confisca definitiva ha riguardato 11 immobili a Cutro, 11 società distribuite tra Calabria ed Emilia (con cinque a Parma), oltre a realtà in Campania e Lombardia, 10 rapporti finanziari e due veicoli; il valore complessivo stimato è di circa un milione di euro.