“No, la musica non muore”: al Teatro Regio di Parma un recital per i compositori vittime della Shoah
26/01/2026
C’è un modo di commemorare che non chiede al pubblico di “ricordare” in astratto, ma lo accompagna dentro una materia viva, fatta di suono, di silenzi, di tempo condiviso. Martedì 27 gennaio, alle 10.30, nel Ridotto del Teatro Regio, il Comune di Parma, in collaborazione con la Comunità Ebraica di Parma, propone “No, la musica non muore”, un recital di pianoforte pensato per il Giorno della Memoria e dedicato ai musicisti e ai compositori travolti dalla persecuzione nazifascista, spesso cancellati due volte: prima dai campi, poi dall’oblio.
Il protagonista è il Maestro Riccardo Joshua Moretti, che porta in scena un lavoro originale, scritto e concepito come percorso di ascolto e di testimonianza. Non si tratta di una semplice esecuzione, ma di un atto di restituzione: la musica diventa spazio dove i nomi tornano a occupare il posto che la storia ha tentato di sottrarre.
Dieci preludi, dieci vite: la memoria tradotta in suono
Il recital si articola in dieci preludi, ognuno ispirato alla vita e all’opera di dieci musicisti e compositori morti nei campi di concentramento nazisti. La scelta della forma breve non è un limite, anzi: il preludio, per sua natura, condensa, suggerisce, apre. In pochi minuti può trattenere un gesto, un carattere, una tensione armonica che resta addosso più di molte parole.
Durante l’esecuzione sono previste proiezioni di immagini dei musicisti ricordati, accompagnate da brevi didascalie. È un dispositivo semplice e, proprio per questo, potente: lo sguardo riconosce un volto, la musica scava un’atmosfera, la scritta fissa un dato essenziale. Nasce così un dialogo serrato tra ciò che si vede e ciò che si ascolta, senza enfasi, senza retorica, con la misura che un luogo come il Regio sa imporre anche quando ospita un appuntamento fuori dal normale calendario teatrale.
L’arte come testimonianza: perché un recital può essere un gesto civile
Nel Giorno della Memoria il rischio più insidioso è l’automatismo: formule ripetute, emozioni previste, partecipazione distratta. “No, la musica non muore” evita questa trappola scegliendo la strada dell’arte come testimonianza, quella che non si limita a evocare un’assenza, ma prova a far sentire ciò che è stato interrotto: carriere, linguaggi, relazioni, scuole musicali, patrimoni di invenzione.
Ascoltare un programma costruito su vite spezzate significa anche riconoscere che la cultura europea è fatta di continuità fragili; basta poco perché si trasformi in frattura, basta ancora meno perché quella frattura venga normalizzata. In sala, tra un preludio e l’altro, la memoria smette di essere un dovere astratto e diventa un’esperienza: si entra, si prende posto, si resta, si ascolta insieme.
L’evento è aperto al pubblico fino a esaurimento posti; l’accesso alla sala è consentito a partire dalle ore 10.00. Un orario mattutino, quasi scolastico, che favorisce anche la presenza di studenti e insegnanti, e che restituisce al Giorno della Memoria una dimensione essenziale: non una parentesi, ma una responsabilità condivisa.
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Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to